26.2 C
Viterbo
venerdì 24 Settembre 2021

L'estorsione, lo sfruttamento della manodopera: il compenso di appena 1,16 euro per ogni ora di lavoro prestata. Una terribile vicenda conclusasi con l'arresto di una famiglia di origini sarda

Braccianti agricoli impiegati in turni massacranti dalle 9 alle 17 ore giornaliere

ISCHIA DI CASTRO – Al termine di una prolungata attività d’indagine, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Viterbo hanno eseguito quattro ordinanze di custodia cautelare di sottoposizione agli arresti domiciliari nei confronti di una famiglia di imprenditori italiani di origine sarda stabilitasi da tempo a Ischia di Castro (VT).

I componenti, padre e madre di 75 e 70 anni e due figli di 49 e 38 anni, sono stati ritenuti tutti responsabili di sfruttamento del lavoro, nonché estorsione nei confronti dei familiari di un loro dipendente defunto. Contestualmente sono state poste sotto controllo giudiziario cinque imprese agricole, facenti parte di fatto di un’unica holding familiare.


LE INDAGINI

L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Stefano D’Arma, ha avuto inizio a seguito dal decesso nel giugno del 2019 di Petrit Ndreca, cittadino albanese di 44 anni, rinvenuto cadavere in località Ponte San Pietro a Ischia di Castro, al confine con la Toscana. Ad allertare il 118 e i carabinieri della locale stazione era stato il cognato del defunto, il quale aveva fornito una versione falsa di quanto accaduto, asserendo che Ndreca era deceduto improvvisamente mentre erano diretti in macchina verso Pitigliano.

La stranezza del racconto, il ritardo con cui sono stati chiamati i soccorsi, e l’anomala presenza sul posto di due noti imprenditori agricoli, giunti prima ancora dei soccorsi, avevano insospettito i militari della stazione di Ischia di Castro.

Le complesse indagini condotte dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei carabinieri nei mesi successivi avevano permesso di ricostruire l’intera vicenda, grazie anche al paziente lavoro di riascolto di tutte le persone che a vario titolo erano informate sui fatti. Gli inquirenti hanno potuto dimostrare con certezza un diverso svolgimento dei fatti e ricondurlo al contesto dello sfruttamento della manodopera da parte dai datori di lavoro del quarantaquattrenne albanese.

Anzitutto, gli investigatori hanno appurato che Petrit Ndreca fosse un bracciante agricolo privo di permesso di soggiorno che da due mesi, per 800 euro al mese, lavorava in nero per conto della famiglia sarda di Ischia di Castro, circostanza negata da tutte le persone coinvolte per timore delle ovvie conseguenze in azienda.

Lo sventurato albanese, hanno ricostruito gli inquirenti, il pomeriggio del 7 giugno era morto a seguito di un improvviso malore mentre era nell’azienda agricola. Vengono quindi contattati i familiari dell’albanese e un suo cognato taglialegna residente a Manciano viene costretto, dietro minacce, a caricare sulla sua macchina il corpo senza vita di Ndreca avvolto in una coperta. A portarlo via lontano dall’azienda di famiglia ci pensano due degli imprenditori oggi arrestati (i figli), poiché il cognato era troppo scosso per guidare la sua autovettura, e giunti quasi al confine con la Toscana ormai alle otto di sera fanno chiamare il 118 a quest’ultimo.

Nei mesi successivi i familiari del deceduto, ascoltati dai carabinieri del Nucleo Investigativo e vinta la paura delle ritorsioni paventate data la fama di gente violenta di cui gode la famiglia sarda, oltre a raccontare la verità sulla morte del loro congiunto, hanno sottolineato come il corpo esanime del defunto sia stata trattato “come quello di una pecora”, poiché l’unica cosa che importava agli arrestati era che non fosse trovato morto nella loro azienda, per timore delle relative conseguenze.

Le indagini non hanno ancora consentito di stabilire con certezza quando esattamente Petrit ndreca sia spirato, se addirittura fosse ancora vivo quando venne portato nel luogo da dove sono stati allertati i soccorsi, poiché è forte il sospetto che, oltre al malore, a cagionare la sua morte possa essere stata l’assenza di cure adeguate e immediate.

A tutti i componenti della famiglia di imprenditori agricoli è contestata anche l’estorsione ai danni del cognato di Ndreca, avendolo costretto, mediante reiterate minacce rivolte anche alla sua famiglia e al fine di guadagnarsi l’ingiusto profitto derivante dall’elusione delle loro responsabilità penali, civili ed amministrative, a rendere, tra l’altro, mendaci dichiarazioni ai carabinieri di quanto accaduto in danno di Petrit Ndreca. Da tale condotta è anche derivato un ingiusto danno agli eredi del bracciante, privati della possibilità di un giusto risarcimento. La posizione del “capofamiglia” è inoltre più grave in quanto responsabile del delitto di “minaccia per costringere taluno a commettere un reato”.

L’ATTIVITÀ DEI CARABINIERI DEL NUCLEO ISPETTORATO DEL LAVOTO

Grazie anche al supporto dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, che in più di un’occasione hanno svolto accurate ispezioni sul posto, sono emerse altre gravissime irregolarità nei rapporti di lavoro con i dipendenti, costretti a svolgere pesanti mansioni da bracciante in gravosi lavori agricoli e di allevamento di ovini dietro compensi miseri, lavorando in pessime condizioni.

È stato accertato infatti che oltre a Ndreca altri 17 loro dipendenti, assunti in diversi periodi negli ultimi due anni (e che hanno collaborato solo perché hanno interrotto il loro rapporto lavorativo con gli indagati), venivano impiegati in turni massacranti dalle 9 alle 17 ore giornaliere, dall’alba al tramonto con solo un’ora e mezza di pausa pranzo, dietro il compenso di appena 1,16 euro per ogni ora di lavoro prestata a fronte degli 8 previsti dal contratto nazionale; una sola eccezione, l’unico operaio italiano di origine sarda, che invece riceveva un compenso di 4 euro per ogni ora lavorativa.

Petrit Ndreca, ad esempio, nei due mesi in cui è stato nell’azienda ad Ischia di Castro lavorava tutti i giorni dall’alba al tramonto, governando le pecore, mungendole e lavorando nei campi dietro compenso di 800 euro mensili, di cui 500 venivano inviati alla moglie in Albania.

A carico dei datori di lavoro sono state riscontrate anche sistematiche violazioni delle norme relative.

Ad aggravare il quadro di vessazione in cui vivevano i dipendenti è stato l’accertamento di un clima di violenza, di minaccia e di continue umiliazioni, i quali venivano apostrofati anche con termini ingiuriosi, come “cane” o “verme”, ma anche “servi” (mentre ai datori di lavoro ci si riferiva con il termine “padroni”).

Una conversazione telefonica con uno straniero che aveva chiesto lavoro si ritiene emblematica, dove l’anziano imprenditore capofamiglia era stato tranciante: “Le bestie, la domenica e il sabato mangiano lo stesso come mangi te! Capisci? [..] io non lo so con gli altri come hai fatto! Io quando dico è combinato per un mese, non ci sono sabati e non ci sono domeniche! Io ti pago tutti i giorni! Punto e basta! Non famo storie perché sennò stai dove sei! […] vi serve il lavoro? E andate a lavorare! […] Che giornate? Giornate te ne scrivo 5 al mese! Stop! Festa finita! Adesso lo sai! E devi sta attento eh! Devi lavorare bene e te lo sto a dì!”.

L’attività si è concentrata sulle imprese riconducibili alla famiglia in questione, cinque, di fatto però un unico gruppo aziendale a conduzione familiare, con la madre che si occupa della parte amministrativa e gli uomini dediti alla gestione delle varie attività, principalmente di allevamento di ovini, tra i 4.000 e 5.000 capi, e conseguente lavorazione del latte e della lana. Gli operai, è stato accertato, non hanno contezza per quale delle 5 imprese lavorano, ma più genericamente ritengono di lavorare per la famiglia.

In conclusione lo sfruttamento della manodopera è stato reso possibile dalla determinazione con cui la famiglia imprenditrice ha sfruttato le condizioni delle vittime, spesso quasi ai limiti dell’indigenza, fino ad assoggettarli completamente, poiché cittadini stranieri per lo più soli, con le famiglie da mantenere nei loro luoghi di origine, bisognosi della paga che veniva loro elargita come unica forma di sostentamento e isolati dal resto della comunità, poiché di fatto impossibilitati per mancanza di tempo e di mezzi con cui muoversi ad uscire dall’azienda in cui vivevano e lavoravano.

Il risultato finale è stato l’assoggettamento completo fino alla compressione quasi totale della capacità di autodeterminazione dei lavoratori sfruttati, ridotti a lavorare come automi in condizioni terribili per pochi soldi.

Per la gravità delle condotte riscontrate, attualmente l’intera holding familiare è stata posta sotto controllo da parte degli amministratori giudiziari nominati dal gip, al fine di evitare il reiterarsi di condotte criminose di sfruttamento del lavoro. Il provvedimento ha anche lo scopo di ridurre le ripercussioni negative in termini occupazionali, ed è la prima volta che un provvedimento di questo genere viene applicato nella Tuscia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Altre notizie