“La Porta segreta” di Stefano Girardi, oggi la presentazione del suo secondo romanzo

Vulci da sempre depredata dai tombaroli. La trama e la tecnica del racconto catturano l'attenzione del lettore e, paradossalmente, evidenziano il danno arrecato alla comunità

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MONTALTO DI CASTRO – “La Porta segreta”, il secondo romanzo di Stefano Girardi verrà presentato giovedì 12 luglio, alle ore 19, presso il complesso turistico “Terme di Vulci” in località Riminino.

Vulci, depredata nei secoli dai tombaroli narrati nel tempo come i cercatori d’oro del West
americano; Vulci depredata da tutti, ricchi – come i Bonaparte o i nobili feudatari – e poveri, che per diventare ricchi si cimentano in scavi e ruberie notturne, sapendo di avere l’indulgenza della gente che considera questa razzia un modo per sbarcare il lunario.
Una specie di gara tra il tombarolo e l’archeologo per l’affermazione della competenza culturale del ladro di ricchezza.

L’autore cerca di non travalicare il confine del fotografo neutrale di un fenomeno dai tanti aspetti. Dall’ammirazione per la conoscenza archeologica del tombarolo, acquisita per esperienza, una sorta di suonatore ad orecchio per intenderci, fino al classico schema del film ‘Guardie e ladri’, in cui lo spettatore simpatizza spudoratamente per i ladri.

Ma al di là della descrizione della vita dei tombaroli con un ritmo narrativo che innesca ansie, il libro, intrecciandosi con l’incipiente presa di coscienza della gente favorita – tra gli altri – dalla Fondazione Vulci, finisce per portare acqua al mulino di quanti classificano come reato, grave perché reiterato, la continua ruberia di ricchezza collettiva.

La trama e la tecnica del racconto catturano l’attenzione del lettore e, paradossalmente, evidenziano il danno arrecato alla comunità, forse con ancora più forza della protesta di piazza. Questo è importante per la presa di coscienza. Trasformare una pratica di ruberia collettiva da qualcosa da raccontare – anche con malcelata simpatia – in qualcosa da cui prendere le distanze, in un territorio vissuto con questo fenomeno e spesso complice, non è impresa semplice, ma l’autore forse ha aperto una breccia.

 

Stefano Girardi
Stefano Girardi

Intervista all’autore

Gli uomini da sempre cercano di essere artefici della propria fortuna, e per farlo talvolta può capitare persino che non abbiano timore di profanare antiche tombe, da cui ricavare pregiati monili che possono essere rivenduti al mercato clandestino al fine di ottenere un lauto guadagno. È da questa situazione, negli anni del boom italiano, che prende le mosse “La porta segreta” di Stefano Girardi, un romanzo storico che si tinge anche di toni fantastici, visto che la scoperta di una tomba innesca tutta una serie di eventi per cui si viene a conoscenza di un artigiano di Vulci, città della dodecapoli etrusca sconfitta millenni or sono da Roma, della sua vita e anche dei suoi amori.

 

Da dove nasce la sua passione per la Maremma e gli Etruschi?

Posso dire che la Maremma ti avvolge e l’Etrusco ti entra dentro. Non è facile spiegare. Segui i profili delle colline, vedi le forre dei fiumi in estate quasi secchi, e poi scopri pareti di basalto scavate da secoli di scorrere. E nel silenzio c’è sempre il vento. Forse la passione è innata ma certo hanno lasciato il loro segno i primi passi nelle zone archeologiche con il Gruppo Archeologico Romano quando ero ancora adolescente. Poi oltre venticinque anni di scoutismo a cercare nella natura i segni della vita e della storia.

E con migliaia di passi i resti delle civiltà non hanno lasciato indenni le nostre scarpe. L’etrusco è salito dai piedi e si è impossessato di tutto il corpo. Alla fine è voluto rinascere e nel libro penso ce l’abbia fatta pienamente.

 

La storia è per definizione “magistra vitae”: cosa insegna il passato alla nostra contemporaneità?

Non volendo la storia di Alphonius mi ha consentito di scoprire come l’ingegno umano debba molto agli antichi. Basti pensare alle varie forme e composizione delle ceramiche come anche alle rappresentazioni pittoriche e figurative sui vasi, vere sintesi di trattati enciclopedici. Oggi, dopo una buona cena in compagnia di amici si continua a discorrere in salotto, magari con il sottofondo della tv.

Tremila anni fa avveniva lo stesso. Cena, amici e discussione, il simposio, con le immagini dei vasi a raccontare di miti, eroi e amori. E quando le immagini avevano bisogno di un maxi schermo ecco le pareti affrescate della dimora dell’aldilà. Le tombe si arricchivano di colori e figure, con tutta la gamma delle variabili, dalla enigmatica fanciulla Velcha, ancestrale Gioconda, ai mostruosi demoni azzurri, rappresentazione dell’ignoto, come il mare profondo.

 

Un tema particolarmente interessante nel suo romanzo è quello legato alla morte, in particolare per quel che concerne le modalità relative al culto e al rispetto dei defunti che appartengono alla storia antica: com’è cambiata secondo lei la percezione della morte nel corso del tempo?

La morte è ben descritta nel libro perché elemento di passaggio, probabilmente introdotto dagli etruschi prima ancora del cristianesimo. Ma già quindici secoli prima del cristianesimo gli egiziani avevano nobilitato il momento del trapasso con la divinizzazione dei faraoni. I corredi funebri erano il bagaglio per il viaggio, che doveva comprendere tutto il necessario per l’esistenza anche nell’aldilà.

Gli Etruschi, da eccellenti viaggiatori, hanno sicuramente conosciuto questi popoli d’oltremare e hanno adottato le tradizioni, inserendole nelle loro consuetudini. Nel nostro territorio i ricchi corredi che accompagnavano il defunto nel suo viaggio individuale sono stati oggetto di ripetute depredazioni e oggi tutti i maggiori musei del mondo posseggono testimonianze provenienti da Vulci. Ho voluto pertanto immaginare la ‘tomba meravigliosa’ – come la chiamano i tombaroli del libro – come sintesi delle decine di tombe ancora oggi fruibili sul territorio etrusco. Un tentativo di riempire nuovamente di contenuti i sepolcri che l’ignoranza e il bisogno popolare ha invece spogliato e sparso per il mondo.

 

I protagonisti sono dei tombaroli, e quindi anche se si è portati a empatizzare con loro in fondo compiono un atto illegale, profanano dei sepolcri…

Nel libro i protagonisti degli scavi clandestini sono descritti con le loro individualità: chi bramoso di denaro, chi di potere, chi di gloria. Ognuno con un differente motivo per andare a scavare. Tutti con la presunzione di apparire i migliori o se possibile anche i più furbi. Di fatto, ricollocando il fenomeno nel suo contesto storico, dobbiamo parlare di latifondo – e quindi di un ancestrale rifiuto del Padrone – come anche di Stato, inteso nel termine meno nobile del significato, e più precisamente di Stato della Chiesa, ancora prima Patrimonio di San Pietro. Tutte accezioni in contrasto con le nuove concezioni di socialismo e diluizione del patrimonio che la riforma fondiaria della Maremma aveva consentito. Da braccianti del latifondo a diretti coltivatori del proprio futuro. Nel mezzo la speranza sempre innata nell’uomo del grande botto, della improvvisa e imprevista fortuna. Un pezzetto di potere che invece i padroni avevano per dinastia. Scavare le tombe rappresentava un’alternativa concreta per realizzare il sogno.

 

Leggendo il suo romanzo si ha sempre una grande impressione di credibilità: sia quando sono ricostruite ambientazioni pressoché contemporanee che quando si risale al terzo millennio avanti Cristo, infatti, ci si sente immersi nella realtà. Quanto è stato impegnativo il lavoro di ricerca, simile a quello di Anna, il personaggio dell’archeologa, e di raccolta dei materiali?

Prima di iniziare ero convinto che lo scrittore fosse un fortunato sognatore che era capace di tradurre in parole le emozioni. Quasi un traghettatore tra i pensieri e la realtà. Scrivendo il primo libro ‘La casa aperta’ e ancora di più il secondo, ‘La porta segreta’, posso tranquillizzare ogni aspirante scrittore che questo non è vero. Il secondo libro è stato per oltre il novanta percento frutto di ricerca e coerenza cronologica, avendo immaginato un viaggio a ritroso nel tempo dove non esistevano le conoscenze di oggi né alcune delle strutture architettoniche che riteniamo eterne, come il Partenone ad Atene. Inoltre è stato delicato immaginare i dialoghi che si svolgevano in Etruria o in Grecia venticinque secoli fa come altrettanto impegnativo è stato ricostruire i fraseggi di due giovani innamorati del V° secolo prima di Cristo.

Altrettanto è stato fatto anche per le situazioni relativamente vicine all’attualità, come quelle tra gli amici  tombaroli per hobby e i tombaroli professionisti con i commerciarti dell’arte. Saranno i lettori a giudicare se questo tentativo è sufficientemente credibile.

 

Perché lei scrive? E quale emozione vorrebbe suscitare nei suoi lettori?

La prima finalità di questo romanzo è stata vivere dall’interno le emozioni degli scavatori clandestini e le loro vicissitudini con il mercato clandestino. La seconda e forse la più importante è invece dare dignità all’artista di Vulci, al maestro di ceramica di cui accennano gli etruscologi.

Nella storia dell’arte sono decine gli artisti greci che sono passati alla storia con il proprio nome e la propria storia artistica, uno per tutti il celeberrimo Eufronio. Nella storia di Vulci, forse proprio a causa delle continue depredazioni, questo non è avvenuto o non è al momento altrettanto conosciuto.

Mi è sembrato pertanto opportuno essere riconoscente alla Storia e creare questo personaggio – Alphonius – che ho chiamato ‘il Rasenna’, memore del termine Rasna, che indicava il popolo etrusco prima della più famosa parola di formazione romana. Ho quindi immaginato la vita quotidiana di questo giovane ceramista che incontra nella sua carriera professionale tutte le situazione che ci hanno tramandato le tombe ed i corredi funebri. Insomma, ripercorrere la vita di Alphonius sarà per il lettore, spero, anche camminare sul basolato del decumano, sentire le grida dei pescivendoli o i ritmare dei soldati, come anche la brezza del vento e l’afrore del mare. Nel mezzo c’è anche un intervallo sentimentale con un incontro sconvolgente con una ragazza greca, Thalia, di cui avrete più dettagli nel terzo libro.