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Nel 2013 uccisa una donna ogni due giorni

VITERBO – Con 179 donne ammazzate, nel 2013 in Italia è stato un anno nero. 22 in più del 2012 con un aumentato del 14%.  Nell’ambito della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il consigliere comunale del Partito Democratico Daniela Bizzarri fa una riflessione sulla realtà di Viterbo e Provincia.

«Un aumento eccessivo di questo fenomeno – ha detto – tenendo conto di quanto il nostro territorio fosse ritenuto tranquillo e rassicurante rispetto ad altre realtà. Oggi non è più così, e se le istituzioni a livello nazionale non produrranno leggi e pene severe, non si può rimanere inermi ad attendere».

Le vittime aumentano quelli ambito familiare, +16,2%, passando da 105 a 122, così come pure nei contesti di prossimità, rapporti di vicinato, amicizia o lavoro, da 14 a 22. Rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, dei quali sono vittima soprattutto le donne più anziane.

Anche nel 2013, in 7 casi su 10 i femminicidi si sono consumati all’interno del contesto familiare o affettivo, in linea con il dato relativo al periodo 2000-2013 (70,5%). Con questi numeri, il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502), consolidando un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell’omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l’11,1% delle vittime totali.

Il Lazio e la Campania con 20 donne uccise presentano nel 2013 il più alto numero di femminicidi tra le regioni italiane, ma è l’Umbria a registrare l’indice più alto (12,9 femminicidi per milione di donne residenti).

Ottantuno donne, il 66,4% delle vittime dei femminicidi in ambito familiare, hanno trovato la morte per mano del coniuge, del partner o dell’ex partner; la maggior parte per mano del marito o convivente, cui seguono gli ex coniugi/ex partner (18 vittime, pari al 14,8%) ed i partner non conviventi (8 vittime, pari al 6,6%).

A “mani nude”, per le percosse, strangolamento o soffocamento: così nel 2013 è morta ammazzata una donna su tre. A rilevarlo è il rapporto Eures che mette in relazione tale modalità di esecuzione ad un «più alto grado di violenza e rancore». Se le armi da fuoco si confermano come strumento principale nei casi di femminicidio), la gerarchia degli strumenti si va modificando: le “mani nude” sono il mezzo più ricorrente, 51 vittime, pari al 28,5% dei casi; in particolare le percosse hanno riguardato il 5,6% dei casi, lo strangolamento il 10,6% e il soffocamento per il 12,3%.

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“Colpevoli di decidere”

Oltre 330 donne sono state uccise, dal 2000 a oggi, per aver lasciato il proprio compagno. Quasi la metà nei primi ’90 giorni dalla separazione si definiscono i “femminicidi del possesso”, e conseguono generalmente alla decisione della vittima di uscire da una relazione di coppia; a tale dinamica sono da attribuire con certezza almeno 213 femminicidi tra le coppie separate, e 121 casi in quelle ancora unite dove la separazione si manifesta come intenzione.

Viene pertanto rilevata «l’inefficacia/inadeguatezza della risposta istituzionale alla richiesta d’aiuto delle donne vittime di violenza all’interno della coppia, visto che nel 2013 ben il 51,9% delle future vittime di omicidio (17 in valori assoluti) aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite».

«Si era creato in Prefettura un tavolo che coinvolgeva sia figure istituzionali, forze dell’ordine, Asl e centri di ascolto – aggiunge Daniela Bizzarri – ognuno per il suo specifico compito. Purtroppo al  momento si è arenato, ma sarà mia cura evidenziare al nostro Prefetto una accelerazione di quel progetto, perché solo facendo rete si può attenuare questo fenomeno». «Se una donna malmenata va al pronto soccorso dichiarando di essere caduta, quando i danni che ha riportato evidenziano una serie di maltrattamenti, questo non si può sottacere: occorre immediatamente fare segnalazioni affinché vengano avviate, anche silenziosamente indagini mirate».

«Se una donna, ammesso che ora la faccia ancora, denuncia casi di stalking, minacce, violenze, quella donna va tutelata e lo stolker messo sotto stretta vigilanza. Le urla silenziose di tante donne, ci devono allarmare più di un grido violento, e non possiamo più assistere come dice un vecchio detto: al chiudere la stalla, quando i buoi sono scappati».

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